Cari Compagni, cari
Riformisti, graditi ospiti,
intraprendiamo, oggi, da Lamezia, in un contesto sociale non facile e dopo l’assise di Milano del
16 dicembre scorso, la prima di una serie di Convention regionali che vedranno
il Movimento dei “Riformisti Italiani” dispiegare la sua azione e la sua
battaglia politica in tutta Italia.
Una scelta non casuale, non dettata dalle contingenze, ma
frutto dell’esigenza fortemente avvertita di intraprendere questo viaggio dal
Mezzogiorno e dalla realtà regionale più difficile ed anomala, e per le sue contraddizioni
la più interessante, che rende di per sé l’idea e la portata della nostra sfida
che intende aprire la strada per un vero cambiamento e un nuovo corso
economico, sociale e democratico del Mezzogiorno e del Paese.
Una regione, la Calabria, paradigma e crocevia delle crisi
del nostro tempo.
Estremo Sud di una Europa che dopo anni di crescita,
integrazione e convergenze vede in forse non solo la moneta unica ma i suoi
cardini fondanti; sponda Nord di un Mediterraneo in piena rivoluzione e dagli
sbocchi incerti simbolo della perenne lotta per i diritti e le libertà;
periferia di un’Italia immobile e senza guida e parte integrante di un
Mezzogiorno escluso per logica di sistema, infiltrato da una criminalità che
non trova freni a causa di un ceto politico infeudato che con essa convive e
prospera.
La crisi che viviamo, va certamente ascritta ad un contesto
globale con l’esplosione, in rapida successione, di ben 4 bolle negli ultimi
dieci anni.
Basta un dato per farci prendere contezza sulla gravità del
momento. I governi mondiali nel 2012 avranno bisogno di finanziarsi nei mercati
– secondo una stima del FMI – per più di 11.000 miliardi di dollari, di cui
appena 1.400 miliardi è la parte europea.
Il tutto, in un periodo di forte recessione globale la cui
durata è stimata in non meno di due anni.
Un dato, che non può consolarci e che ci consente però al
contempo di asserire che la crisi del debito pubblico europeo e
quantitativamente marginale nella crisi globale dei debiti sovrani, ma la sua
dirompenza in Europa ed in Italia viene esaltata dalla crisi degli attuali
modelli di governance dell’economia,
da quella delle sue classi dirigenti e dagli assetti politici ed istituzionali
dei maggiori Stati comunitari.
E’ così per l’Euro. Una moneta senza una vera Banca Centrale
di emissione, controllo e garanzia e senza un’istituzione effettivamente
sovrana che associata ad una politica economica disomogenea mette in serio predicato anche le certezze
più consolidate del vecchio continente.
Ma è così soprattutto per l’Italia.
La nostra crisi unisce alle vicende internazionali ed alla
debolezza della governance europea
due variabili dirompenti.
Un debito pubblico esplosivo accresciuto e divenuto
insostenibile in quella seconda repubblica nata all'insegna del rigore e delle
riforme, ma soprattutto per la scarsa credibilità, non tanto di un governo o di
una persona, quanto dell’intero sistema politico e istituzionale impostosi
artatamente con la falsa rivoluzione mediatico – giudiziaria del ’92 – ’94.
Una scarsa credibilità che ha le sue radici innanzitutto in
un ventennio di riforme mancate che una classe governante figlia di Mani
Pulite, miope, improvvisata e di secondo
livello non è stata capace di concepire e realizzare.
Tutti oggi vedono cos’è l’Italia della Seconda repubblica e
tutti colgono il paradosso di un sistema
inefficiente che ha portato il Paese sull’orlo del default, scimmiottando un
sistema politico ed istituzionale che non
e nelle nostre corde e che non poteva certamente funzionare in una democrazia
malata e sospesa da una feroce aggressione
giudiziaria.
In pochi lo abbiamo detto per tempo e senza alcun timore di
essere visti come corpi estranei, o peggio, come anacronistici o nostalgici di
qualcosa che noi stessi diciamo non essere più riproponibile nei termini e
nelle forme del passato, nella piena consapevolezza di dover pagare dazio per
le nostre idee.
E’ questa, però, la condizione propria della “Solitudine del Riformista”.
Quasi venti anni di bipolarismo maggioritario ci consegnano
un Paese che arranca in tutti i suoi campi in cui i problemi reali sono
sistematicamente elusi, aggirati e demandati a miglior tempo, sostituiti nella
vita politica quotidiana da continui scontri e rimpalli di responsabilità utili
solo a coprire limiti ed errori.
L’Italia è divenuta così un Paese ingessato, immobile, a
tratti irriformabile, ostaggio delle tante caste e corporazioni, con una
burocrazia onnipresente ed inefficiente che tende a trasformare la natura
democratica del nostro sistema in una moderna forma di oligarchia, agevolata in
questo processo da un sistema istituzionale inadeguato e superato nel tempo, e
dei suoi cultori, di destra e di sinistra, costretti loro malgrado, oggi, ad
appoggiare il Governo Monti, che pur certifica la fine di questo modello, per
opportunismo e subalternità.
Un’Italia, da troppo tempo mal governata e ingovernabile, in
cui la necessità di messa in sicurezza dei conti pubblici ed il rilancio
dell’economia, opera cui è chiamato il
governo dei professori, va considerata primaria al pari dell’urgenza di dare
vita ad una nuova stagione politica caratterizzata da un riformato assetto
costituzionale.
E’ questa una condicio
sine qua non perché, senza il perseguimento di una effettiva stabilità
politica non vi potrà essere nessuna crescita e nessuna stabilità economica.
Il Governo Monti, chiamato ad una cura straordinaria della
nostra economia, si delinea sempre meno come governo tecnico, con il Quirinale,
sotto la cui egida continua ad operare, che assume il vero ruolo di guida
politica del Paese dettando al parlamento, sia pure per interposta persona,
l’agenda per le riforme.
L’inedita maggioranza parlamentare che sorregge il Governo
rischia, nonostante i distinguo, le diversità strumentali e di facciata, di
alterare la normale dialettica democratica
e di trasformare, tramite alchimie e meccanismi elettorali di comodo, un
bipolarismo coatto ed impotente in un polo unitario eretto a tutela degli
interessi più forti.
Fantapolitica? Può darsi. Al pari, però, di chi come noi
prospettava un governo PD – PdL.
Come Riformisti abbiamo accolto il Governo nella ferma
speranza che questo potesse generare le condizioni minime per le tanto attese
riforme, consapevoli che il ricorso anticipato alle urne a sistema elettorale
ed istituzionale invariato avrebbe minato anche la prossima legislatura sia in
termini di durata che nella capacità di offrire soluzioni positive alla grave
crisi economica generale.
Limitiamo pertanto il nostro sostegno alla realizzazione di
quei provvedimenti necessari ed indispensabili per incoraggiare la crescita e
lo sviluppo, contenuti nella cosiddetta fase
due, sostenendo in particolare una stagione di liberalizzazioni se queste
porteranno una società più democratica, meritocratica ed aperta ed in grado di
garantire costi e servizi più competitivi e favorevoli per cittadini ed
imprese.
Il decreto in materia al vaglio dell’aula, contiene
certamente dei punti di novità e positivi
in materia di energia, sulle norme per l’avvio di nuove attività e sulle
categorie professionali.
Ma al contempo registra una timidezza inaudita su petrolieri,
servizi postali, trasporto ferroviario per non parlare delle Assicurazioni e di
quelle 14 Banche italiane, che pur avendo ricevuto dalla BCE 140 miliardi di
euro per le PMI, continuano la stretta del credito ed impiegano indebitamente
quelle risorse per operazioni finanziarie! Tutto ciò è inaccettabile.
Attendiamo ora di vedere il decreto legislativo sulle
Semplificazioni e le nuove regole fiscali e di bilancio che saranno all’esame
del prossimo Consiglio europeo che non saranno certo marginali per il futuro
del Paese e per gli esiti non certo scontati della crisi.
In questo contesto, dopo la bocciatura della Corte
Costituzionale dei Referendum, accadimento più che prevedibile, si è aperto
necessariamente il confronto sulla legge elettorale che, si badi bene, non
dovrebbe essere l’inizio di un percorso di riforme ma bensì il suo coronamento.
Considero del tutto scontato dire in questa sede che per
quanto ci riguarda essa deve garantire pluralismo, governabilità e rappresentatività
principio quest’ultimo che si per strada colpendo al cuore la nostra
democrazia.
Ma sul tema delle riforme, mi sia consentito lo scetticismo
del caso. Mi chiedo e vi chiedo. Può questo parlamento, questi partiti, questa
classe politica porre le basi per una nuova repubblica?
La risposta sembra scontata e ci è stata data nel corso degli
anni, nei recenti mesi e ci viene ricordata tutti i giorni quanto assistiamo a
dibattiti, dichiarazioni e commenti di leader, o presunti tali che valgono lo
spazio di un mattino.
La proposta di una nuova Assemblea Costituente nasce in
questo contesto e prende forza dalla fine di un ciclo politico fallimentare cui
deve necessariamente seguire una nuova stagione pena il collasso dell’Italia.
Nasce dalla presa d’atto della crisi irreversibile del
sistema maggioritario, dalla seconda repubblica, dei partiti e dei leader che
ne sono stati interpreti e beneficiari,
ma soprattutto, dalla necessità improcrastinabile di dare finalmente avvio ad
una nuova fase repubblicana adoperando, secondo i canoni propri della storia
francese, una ropture costitutionnel.
Nasce dall’esigenza di dare vita ad uno Stato moderno e
funzionale, dalla necessità di ridefinire il quadro delle competenze tra gli
organi ed i diversi poteri dello Stato,
dall’urgenze di ridefinire i rapporti tra Stato, Regioni ed Enti locali
rimarcando quel principio di sussidiarietà divenuto un mero enunciato.
E’ nel governo degli enti locali e delle regioni che può e
deve nascere una nuova classe politica e di governo, laddove si manifestano i
problemi, le necessità e dove le soluzioni debbono avere ancor più i caratteri
indefettibili della rapidità e della efficacia.
Il fallimento delle politiche per il Mezzogiorno in questi
anni, oltre che ai ritardi storici ed alle difficili condizioni ambientali, va
ascritto in larga parte a queste motivazioni.
Il Mezzogiorno non ha voce e peso perché debole nel rapporto
politico con i suoi rappresentanti senza le carte in regola e privi di una
bussola istituzionale, ed è debole e dipendente con le altre aree del Paese per
via di un tessuto scarsamente produttivo e assistito preda spesso di attività
“prenditoriali” più che imprenditoriali.
Lo spopolamento delle Regioni meridionali, specie delle sue
energie più vitali e dinamiche, verso le aree più diverse dell’Europa e del
Mondo, differentemente dal passato quando i flussi migratori erano
principalmente interni, è un dato inquietante di cui avremo piena contezza con
la pubblicazione dei dati del nuovo censimento.
Un fenomeno grave, frutto del fallimento di una classe
dirigente e delle sue ricette che si riflette sull’intero sistema - paese indebolendo il potenziale di crescita e
privandolo delle sue energie migliori e più istruite.
Serve quindi ripensare l’intero impianto delle azioni del
Mezzogiorno e la filosofia che ne sta alla base, con formazioni del Sud e
rappresentanze istituzionali prive di respiro strategico e di dimensione che
intendono perseguire, scimmiottando l’esperienza leghista proprio ora che la
stessa entra in profonda crisi e fa emergere le sue contraddizioni, un
meridionalismo sterile rinchiudendolo in una dimensione protestataria,
rivendicativa e campanilista.
Oggi, invece, non è più tempo di moti e di rivolte, come non
è più tempo per novelli “masanielli”
filogovernativi o extraparlamentari che laddove agiscono fanno solo danni,
durano poco e la loro azione serve unicamente a loro stessi.
Noi abbiamo invece la necessità di aprire i nostri orizzonti
e proiettarli in una dimensione globale e Mediterranea.
Non è un vecchio mantra che si ripete sistematicamente, ma è
la consapevolezza di uno sbocco e di una funzione positiva che quest’area può
svolgere proficuamente nell’interesse dell’Italia e dell’Europa che può
rappresentare una via di fuga per una crisi che si presenta lunga e difficile.
In concreto, proponiamo l’idea che si superino gli angusti
per quanto comodi confini regionali per approdare ad una nuova dimensione più
vasta, una sorta di macro regione meridionale, che si muova come un unicum, con
una programmazione mirata che renda concrete quelle opere primarie di carattere
infrastrutturale e non solo, in grado di rilanciare il Sud concentrando le
grandi risorse ancora a disposizione.
Il Mezzogiorno può
assurgere a diventare una naturale piattaforma logistica per il Mediterraneo.
Una funzione per cui è vocato e che può restituirgli la centralità perduta nel
corso dei secoli nei commerci mondiali.
La Calabria, in questo contesto, ha un ruolo del tutto
privilegiato, vuoi per ragioni geografiche e per condizioni fattuali e per la
presenza del più grande porto del mediterraneo, quello di Gioia Tauro, che non
può continuare oltremodo la sua condizione di abbandono né essere affidato
liberamente alle scelte di uno o più terminalisti animati dai loro soli
interessi.
La Regione, per farlo, dovrebbe occuparsi un po’ più di
programmazione ed un po’ meno di consulenze.
Spiace dirlo, ma nonostante la situazione economica generale,
la Regione Calabria non conosce crisi nella nomina di esperti e consulente. E’
una critica costruttiva che nasce spontanea ed investe un modello comune ad
entrambi gli schieramenti.
E’ una battaglia, questa, che portiamo avanti da tempo
immemore, che valica come abbiamo sempre detto, la semplice, seppur
fondamentale questione economica per approdare ad una problematica ancor più
seria e complessa di ordine democratico inerente la natura e le modalità
attraverso il quale si forma e si catalizza il consenso.
Si potrebbe, se ci è consentito un suggerimento, eliminare
tutte le consulenti esistenti sostituendole a costo zero con quelle figure e
personalità che sono a carico dei bilanci pubblici con laute indennità e
vitalizi, risparmiando così decine di centinaia di migliaia di euro.
Carissimi, l’ho fatta
lunga e concludo.
Sono tante le cose da dire e sono certe che, per noi
riformisti e per coloro che con noi vorranno discutere, confrontarci ed anche
scontrarsi non mancheranno luoghi ed occasioni.
Ciò, per la grande area dei riformisti italiani, è di nuovo
possibile grazie alla passione ed al coraggio di Stefania che in un frangete
delicato e complicato ha avuto il merito ed il coraggio, la determinazione e la
passione di lanciare il cuore oltre l’ostacolo e di combattenti mai domi, a cui
non finiremo mai di dire grazie, come il nostro Saverio Zavettieri, che in
tutti questi anni non si è mai arreso, nonostante tutto e tutti, all’idea che
la grande civiltà del socialismo riformista non avesse più un futuro.
Noi, abbiamo condotto in mare aperto nel pieno di grandi
intemperie, un piccolo vascello perché sia un grande laboratorio aperto a tutti
coloro che accomunati non in funzione del passato, ma da una prospettiva ed una
visione comune, vogliono partecipare, concorrere e dirigere i processi di
cambiamento del nostro tempo che non possono restare nelle mani di quei
capitani coraggiosi buoni per qualche scalata ma non per il paese.
Lo abbiamo fatto innanzitutto per le nuove generazioni perché
attraverso questo Movimento possano riappropriarsi dello strumento principe del
cambiamento. La politica.
Mettiamoci quindi ora in viaggio ed adoperiamoci perché
questo vascello possa solcare, battendo come sempre la bandiera della libertà e
del progresso, nuove rotte e nuovi orizzonti non sprecando questo vento che
soffia a nostro favore e che certamente ci porterà lontano.
Buon viaggio!
Nicola Carnovale








