giovedì 2 luglio 2009

Verso quale sistema politico?



















di Nicola Carnovale

Ad urne chiuse e a dati consolidati, sarebbe stata indispensabile una profonda riflessione destinata a chiedersi in quale direzione corre il nostro sistema politico. I dati nel complesso, e quello referendario in particolare, consegnano ad una classe politica debole quanto conflittuale, gli strumenti idonei per capire in che modo si può scrivere la parola fine ad una transizione che dura ormai quasi un ventennio.

Le elezioni politiche dello scorso anno, avevano indotto molti incauti sostenitori del partito del bi-partitismo più o meno esasperato a cantare vittoria, considerando quel risultato il punto di arrivo della trasformazione del sistema italiano. Peccato che tale canto non sia stato accompagnato da valutazioni che tenessero conto delle modalità (utilizzo capestro della legge elettorale) e del contesto politico (elezioni anticipate e grande conflittualità nella compagine che di governo) in cui esso è maturato.

Non può quindi meravigliare se, a meno di un anno, anche grazie alla massiccia astensione che condiziona il risultato europeo, quell’approdo bipartitico appare del tutto irrealizzabile – anche per via dello stato comatoso di uno dei suoi attori – e sembra essere ripresa una navigazione in mare aperto verso lidi ignoti e sconosciuti.

I dati della tornata europea ed amministrativa ci consegnano un paese in cui avanza il blocco di centrodestra con un ruolo dominante della Lega laddove presente, ed un Pd, in piena crisi, che perde centinaia di amministratori locali (si ridisegnano così anche nuovi rapporti di forza all’interno dell’Api e dell’Anci) sempre a metà strada tra una vocazione maggioritaria agognata ed un blocco di alleanze ancora indefinito.

Ma il dato più interessante è quello referendario, e non certo per il suo esito che appariva scontato alla vigilia del voto. Il referendum, che ha registrato in origine la corsa ai banchetti di esponenti di primo piano della vita politica, registra il fallimento più clamoroso dalla storia, con la più bassa percentuale di partecipanti. Un dato non pronosticabile visto non solo il grande can can di cui ha goduto, ma anche e soprattutto per l’impegno profuso dai due contenitori maggiori. Impegno presente e sotterraneo anche in taluni settori del PdL – con il voto dello stesso Berlusconi come tacita indicazione – e ancor più spinto ed interessato dal PD, nascosto invece dietro il paravento dell’utilità del mezzo referendario come strumento per scardinare il porcellum.

In tal senso, la massiccia astensione non è certo il de profundis dell’istituto referendario come asserito incautamente da qualcuno, ma tutt’altro. Questa, non può certamente essere ascritta in via esclusiva al partito del “non voto”, come buona parte va attribuita alla troppa tecnicità dei quesiti proposti al corpo elettorale.

Ma di certo, il dato nel suo complesso è assai significativo di una volontà e di un orientamento maggioritario, che non accetta che la vita democratica del paese – che democratica non è – possa essere gestita come bene proprio indisponibile a terzi, da due signori, chiunque essi siano. E’ un fallimento che pochi anno avuto il coraggio di ascrivere pubblicamente ai due maggiori, alla loro gestione ed alla loro capacità di essere alternativi nel governo del paese ed al modello politico da essi auspicato ed imposto in taluni frangenti.

Il tutto, invece, sembra essere caduto già nel dimenticatoio, mentre avrebbe dovuto far imboccare repentinamente la strada di una riforma della legge elettorale pluralista, rappresentativa, che consenta di avere maggioranze coese e governabilità e restituisca ai cittadini la scelta del proprio rappresentante. Una riforma elettorale, accompagnata da riforme istituzionali, che non sia ad uso, tutela e conservazione del nuovo pentapartito insediatosi nelle istituzioni del paese ma possa invece dare rappresentanza anche a quei soggetti minori, oggi fuori dalle istituzione parlamentari nazionali ed europee, che godono del consenso di una parte cospicua e crescente dell’elettorato, come la tornata europea ha plasticamente registrato.

In sostanza, un sistema totalmente diverso da quello esistente. E’ questa la strada, indicata dai cittadini. Essa può segnare l’avvento di una nuova stagione ed il raggiungimento di un sistema politico maturo conforme al sentimento ed alla cultura del nostro paese, ridando prospettiva ad una democrazia da ricostruire e nuova linfa vitale ad istituzioni in piena crisi di credibilità.

Ma siamo pronti a scommettere, che nella piena tradizione italica, si seguiranno altre strade?

Assemblea degli auto-convocati di Chianciano - Carnovale, democrazia da ricostruire
















“La democrazia italiana non è in uno stato di emergenza perché essa è stata distrutta e va ricostruita”.
E’ quanto afferma Nicola Carnovale, membro della Segreteria nazionale de “I Socialisti” intervenendo a Chianciano all’Assemblea dei Mille-Autoconvocati”.
“Vogliamo costruire un progetto alternativo? Bene – prosegue Carnovale. Dobbiamo partire proprio dalla ricostruzione della nostra democrazia, la cui morte va ascritta alla novellé politique, dicendo chiaramente che essa non si ricostruisce con cartelli di “mutuo soccorso” per la tutela e la conservazione del residuale, o il superamento di qualche soglia di sbarramento, ma con una terapia shock fatta di riforme di sistema”.
“Bisogna farlo partendo dal Mezzogiorno, dove l’emergenza è prima di ordine democratico e legalitario - delle modalità e degli strumenti con cui si forma il consenso - che di ordine economico e sociale. La risoluzione della prima è condizione basilare della seconda, nell’interesse nazionale. In questo – conclude Carnovale - spiegatemi in cosa sono diversi Lombardo da Vendola o Loiero da Bassolino”.

lunedì 22 giugno 2009

Gli elettori hanno salvato (temporaneamente) la democrazia



La stragrande maggioranza dei elettori ha dimostrato grande saggezza nel non recarsi alle urne, e non perche' impegnati in gite fuoriporta o disinteressati e incompetenti, ma, comprese le insidie e i rischi di quesiti che piu' che abrogare introducevano subdolamente una nuova disciplina elettorale e un nuovo assetto politico e istituzionale, ha scelto di salvare la democrazia italiana, gia' profondamente malata". È quanto ha dichiarato Nicola Carnovale, membro della Segreteria nazionale de "I Socialisti". "Un'astensione cosi' massiccia - prosegue Carnovale - e' un chiaro pronunciamento del corpo elettorale ed e' quindi fuori luogo cantare in questa circostanza il "de profundis" dell'istituto referendario. Facciano piuttosto ammenda i referendari e rammentino che gli italiani hanno buona memoria e non posso dimenticare l'esito nefasto che ha avuto sulla democrazia e il funzionamento delle istituzioni i quesiti di inizio anni '90. Promisero una nuova classe dirigente competente e l'alternanza. Abbiamo invece la sedimentazioni di piccole oligarchie, lo stravolgimento delle garanzie costituzionali, il peggiore consociativismo e la scelta continua del male minore". "Ora - conclude Carnovale - serve una legge elettorale che coniughi pluralismo e governabilita', tenendo ben presente il crescente numero di cittadini non rappresentanti all'interno di alcuna istituzione come si e' ben visto con l'Elezioni europee".

martedì 2 giugno 2009



Cittadini, elettori,

il bi-partitismo con i suoi sodali non ha consentito la partecipazione al voto Europeo della lista “Socialisti Uniti per l’Europa” che, pur in possesso dei requisiti di legge, compresa l’esenzione dalle firme, è stata esclusa illegittimamente – vanificando le decisioni della Cassazione, del Tar Lazio e del Consiglio di Stato.

Ha certamente pesato il colpo di mano compiuto fin dall’inizio dall’Ufficio elettorale del Ministero dell’Interno, le cui responsabilità andranno comunque accertate, che ha spianato la strada all’azione ostruzionistica del Nuovo Psi, mosso dalla paura di perdere la sua piccola rendita di posizione all’interno del Pdl, che solo il richiamo al simbolo socialista può ancora assicurare, sia pure per poco, nelle elezioni amministrative.

Pur soddisfatti ed orgogliosi per il successo ottenuto col l’assegnazione a “I Socialisti” del simbolo storico del Garofano decisa dai diversi gradi di giurisdizione cui siamo stati sottoposti, resta l’amarezza di non poter concorrere direttamente nella consultazione elettorale europea.

Si tratta di una grave e palese ingiustizia provocata da un regime partitocratrico chiuso ed ottuso ad una forza politica autonoma, libera ed indipendente come quella socialista, messa all’indice prima e soppressa oggi, che centinaia di migliaia di elettori e militanti socialisti, democratici, liberali e riformisti, non potranno accettare, come non potranno dimenticare chi si è reso artefice di questo fatto scellerato che per la prima volta, dopo quasi 120 anni di storia, vede l’assenza dei Socialisti dalla competizione elettorale.

Nonostante la forte tentazione all’astensione è comunque doveroso per i Socialisti partecipare al voto per bocciare senza appello il penta - unipartitismo, responsabile della involuzione democratica dell’Italia come della violazione delle libertà e dei diritti sociali, civili e politici dei cittadini (diritto di voto, al lavoro, alla salute, all’informazione, al futuro…) e sostenere quelle forze minoritarie che non cercano un posto a tavola, ma si battono coerentemente contro l’avvento di un sistema falsamente alternativo, trasversale e corporativo, di cui non c’è memoria, nella storia della Repubblica, dalla caduta del Fascismo ai nostri giorni.


giovedì 23 aprile 2009

Carnovale: Apprezzabile la posizioni di Fausto Raciti



“Le dichiarazione del Segretario nazionale dei Giovani Democratici, Fausto Raciti, in merito alle vicende referendarie, sono più che apprezzabili ed esprimono una posizione responsabile, soprattutto per quanto concerne il tentativo maldestro di impiantare artatamente un bi-partismo estraneo per cultura e sentire al nostro paese, che equivarrebbe, viste e considerate le condizioni non certo ottimali e le posizioni ripetutamente espresse dal Pd, ad un mono-partitismo imperfetto”.

E’ quanto ha dichiarato Nicola Carnovale, Segretario nazionale giovanile de “I Socialisti” e membro della Segreteria nazionale del Partito.

“In questa fase – prosegue Carnovale - Franceschini ed il PdL, svolgono un mirabile gioco di sponda. Il primo, seguendo subdolamente in maniera nefasta la strada del suo fallimentare predecessore, tenta di eliminare ogni tipo di concorrenza e garantire quanto meno al Pd, vista la profonda crisi progettuale in cui versa, la sicura rendita di unica opposizione, salvaguardando così anche il potere ed il primato negli Enti locali. Il PdL, nonostante l’assedio dalla Lega, coltiva sempre più indisturbato il pericoloso sogno dell’autosufficienza. Il tutto, a scapito della democrazia. Non è certo quindi da vani apocalittici asserire che sussiste una seria emergenza democratica che non può essere oltremodo ignorata”.


martedì 21 aprile 2009

La guerra del Garofano



di Nicola Carnovale*

La legge in materia è chiara. Non è possibile depositare contrassegni elettorali all’unico scopo d’inibirne l’uso ad altri. Eppure, le vicende in casa socialista, sembrano perpetuare il rituale balletto dei dispetti infiniti, della contesa fine a se stessa. Ovviamente, a farne le spese, sono i militanti socialisti, che sempre più assistono increduli innanzi a questi rituali barbari ed astrusi. E’ stato infatti depositato presso il Ministero dell’Interno, ad opera del Partito de “I Socialisti” di Saverio Zavettieri, il simbolo “Socialisti Uniti per l’Europa” - in cui è raffigurato all’interno proprio il fiore socialista - già presente sulla scheda elettorale nella scorsa tornata europea e che ha rappresentato, nella storia politica socialista dell’ultimo quindicennio, un frangente tanto positivo quanto raro. Questo ha innescato ulteriori eventi. E’ apparso come per incanto un contrassegno composito recante al proprio interno anche il simbolo sopraccitato. Il tutto, ad opera di Stefano Caldoro. Si, proprio quello Stefano Caldoro che ha consegnato, come enunciato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, leader del nuovo soggetto politico di centrodestra, “bandiere e simboli affinché si fondino con quello del PdL”. Tralasciando quindi le disquisizioni di carattere giuridico, poco appassionanti e poco comprensibili, la domanda che nasce spontanea è: cosa c’entra Caldoro con il simbolo del garofano visto che ha aderito legittimamente e liberamente ad un altro partito che farà proprie liste? La domanda non è di facile risposta, almeno sé pretendiamo che questa abbia un suo raziocino politico. Ma è pur quello che ci chiediamo. Zavettieri, in ogni caso annuncia battaglia dichiarando che non solo non modificherà il simbolo, ma è finanche pronto a far rinviare le elezioni. Caldoro, invece, tace. La partita è aperta. E’ la posta in gioco è proprio la presenza di una lista di chiara ispirazione socialista, che molti, proprio sulle colonne di questo giornale, compreso il sottoscritto, aveva individuato come la probabile grande assente nella competizione europea del giugno prossimo. Un fatto non soltanto nostalgico, come molti potrebbero malignare, ma prettamente politico. Almeno per chi legittimamente, al pari di chi ha compiuto scelte totalmente divergenti, non considera il socialismo riformista, laico e liberale un vecchio arnese da deporre in cantina, o una mera cultura politica novecentesca - magari al pari del fascismo e del comunismo - da deporre ed affidare esclusivamente nelle mani di studiosi e delle varie fondazioni. Le vicende che hanno portato alla scomparsa del Psi, errori e fattori interni ed esterni dalla rara violenza, hanno innescato un big bang di inaudite proporzioni. All’interno di quella che è la diaspora socialista, ognuno ha compiuto secondo propria scienza e coscienza, scelte di diverso tipo, nessuna delle quali va condannata ma tutt’al più analizzata. Ma impedire artatamente l’uso del simbolo che ha segnato parte della storia democratica e civile di questo paese, proprio a coloro che ancora oggi tentano di dare prospettiva al socialismo organizzato, è l’ennesimo atto spregevole di una guerra civile cruenta e deleteria. Se così malauguratamente dovesse essere, almeno i socialisti conosceranno, quanto meno in parte, i nomi dei propri becchini.

*Tratto dall'Avanti del 21 Aprile 2009

giovedì 2 aprile 2009

Autonomia e non subalternità!

di Nicola Carnovale*


Dai microfoni di Radio Radicale, nel corso dei mesi e dei giorni appena trascorsi, ho espresso più volte il rischio concreto che per la prima volta nella storia del socialismo italiano non vi sia, nella prossima tornate elettorale europea, una lista che si richiami ai valori ed alla tradizione del socialismo riformista, autonomista, laico e liberale. Eppure, il male oscuro dei socialisti, e la condanna perpetua a cui il suo popolo sembra essere destinato, era quello della frammentazione, della eccessiva presenza di sigle e simboli socialisti sulle schede elettorali, al punto di aver rasentato, per poi spesso cadervi, l’assurdo. Oggi, tra meccanicistiche elettori e tra fallimenti progettuali che hanno contraddistinto questa galassia, si sente persino il rammarico dei tempi recenti, in cui, se non altro, il “primum vivere” – personale più che politico – è stato realizzabile. In ogni caso sbaglieremmo a pensare che il problema dei socialisti sia unicamente riconducibile alla sua classe dirigente, o al contrario, ad un’assenza di linea politica di lungo respiro e strategica. Le due cose valgono drammaticamente entrambe in ugual misura. Nel corso dell’ultimo quindicennio i tentativi, tutti lodevoli, di ricostruire una forza socialista organizzata, si sono scontrati primo fra tutti, sullo scoglio delle alleanze e sull’interpretazioni di comodo che ogni gruppo dirigente ha voluto dare di esse. Alcuni, in ragione della storia, hanno propugnato - financo proficuamente - l’alleanza nel centrosinistra quale dogma intangibile. Da essa sono derivate rendite di posizione per i gruppetti dirigenti nazionali e regionali frutto di stabili accordi di vassallaggio, dove, abiurare parte della propria storia e fornirne interpretazioni di essa riabilitative utili alla sinistra post-comunista, è stato parte del compito assegnatoli. Altri, avevano scelto la ricostruzione di una casa socialista optando per un’alleanza con il centrodestra, puramente tattica e contingente e non strategica e di prospettiva, salvo poi trasformare questa, in una opportuna collocazione per intraprendere facili carriere nella corte berlusconiana. Che queste organizzazioni siano venute meno o siano state fatte implodere, poco male. Ma la scelta di un’alleanza contingente e non assoluta, al di là della valutazione di quale debba essere questa, era e resta però una felice intuizione. L’assetto politico-istituzionale bipolare e maggioritario uscito dalle urne del ‘94, consegna al paese ed ai socialisti, uno schema innaturale in cui la posizione centrale ed intermedia - ma potremmo definire senza timore alcuno di “centro” – sposata dai socialisti e da Craxi viene meno. Nessuna forza che si richiamasse all’esperienza del Psi si è chiaramente caratterizzata in seguito a questi eventi, come forza anti-bipolare ed antisistemica. In tal senso, un’alleanza con il centrosinistra piuttosto che con il centrodestra, era e resta semplicemente una scelta tra due mali. L’uno non minore dell’altro. E ciò al centro come in periferia. Una scelta di opportunità politica da compiere sul piano di valori, dei programmi e del riconoscimento ad esistere quale forza politica autonoma ed organizzata. Ma nel frattempo che si litigava per la divisione delle spoglie lasciate dai vari carnefici dei progetti di ricomposizione dell’area socialista, il mondo cambiava. L’elezioni dello scorso aprile segnano pertanto un punto di non ritorno. Se da un lato, la formazione di Pd e Pdl, pericolosamente proiettati verso un sistema rigidamente bipartitico - per nulla confacente alla storia ed al sentire del paese e che minerebbe definitivamente le speranze di una dare vita ad una forza socialista organizzata – deve essere necessariamente osteggiato, dall’altro, non ci può contrapporre a tale tentativo attraverso la riproposizione di logori schemi deleteri e fallimentari di ampie coalizioni. E’ proprio sul terreno istituzionale che giacciono sommerse residue possibilità per i socialisti. Essi devono saper avanzare una sfida per ridisegnare un nuovo sistema politico dai chiari connotati pluralistici che sappia garantire al contempo il funzionamento delle istituzioni e le prerogative di governo, senza immolare posizioni o sensibilità differenti, riducendole magari a mere quanto pericolose espressioni extraparlamentari. Devono saper porre il problema della qualità della nostra democrazia, della diffusa illegalità che permea il paese e le sue istituzioni ed intraprendere una battaglia per il ripristino reale dei diritti politici, sociali e civili dei cittadini. Una lista europea, che si richiami compiutamente ai valori del socialismo democratico e liberale, fortemente anti-sistema, può essere un punto di partenza per un progetto che possa essere in sintonia già oggi con una parte del paese che sente questi temi come preminenti e quale premessa per far fronte compiutamente ai gravi problemi economici e sociali irrisolti. E’ questo a prescindere dal raggiungimento o meno della soglia di sbarramento. Contenitori frutto di assemblaggi antitetici per storia e per prospettiva, al pari di confluenze nei grandi contenitori elettorali, di destra quanto di sinistra, hanno il sapore del perpetuamento di quel vassallaggio che già ha provocato tanti danni ed altrettante storture. In molti, oggi più di ieri, rivendicano l’eredità politica di Bettino Craxi. Ma nessuno segue più le sue direttrici politiche. Autonomia e non subalternità. Questa è la lezione più grande che la storia ha consegnato ai socialisti ed è la strada in questi anni mai pienamente percorsa. E’ la più tortuosa, stretta e difficile. Ma omai è anche l’unica. Speriamo la fortuna aiuti i socialisti ad intraprenderla.

Nicola Carnovale



Tratto dall'Avanti del 2 Aprile 2009

mercoledì 1 aprile 2009

PdL e Lega alla prova del nove


di Nicola Carnovale*

Sarà pure il miglior alleato. Quello di sempre, fin dal giorno della fatidica discesa in campo. Ma la Lega di Umberto Bossi rischia di essere la vittima sacrificale predestinata con la nascita del grande soggetto berlusconiano. Nonostante le rassicurazioni - e il posto d’onore per il “leader del Nord” nel primo giorno della Convention - Bossi sa bene che l’offensiva politica tra il Popolo delle libertà e la sua Lega Nord è appena in fase embrionale. Le tensioni tra i due alleati sono destinate a crescere in maniera esponenziale e trasformarsi in qualcosa di più complesso e profondo, nonostante il federalismo fiscale – vessillo leghista per eccellenza da sempre indicato quale motivo principe della partecipazione alle maggioranze ed agli Esecutivi - proceda speditamente. Eppure, i progetti politici per il futuro, per nulla remoto, sembrano non coincidere neanche in minima parte. A mettere in agitazione Bossi & compagni, non è certo il rinnovato proclama di mirare al 51% dei consensi - nonostante questo, con la nascita del Pdl, diventi un obiettivo maggiormente fattibile anche se difficilmente ipotizzabile –, quanto la rinnovata volontà del progetto presidenzialista e il voto referendario. Non a caso, proprio il referendum sulla legge elettorale è stato il cavallo di battaglia del presidente della Camera che, nel suo intervento – non del tutto scevro della veste istituzionale divenuta nel corso di questi mesi tanto piacevole quanto utile - ha voluto inquadrare quest’ultimo come una tappa, forse primaria, per dare il via ad una nuova stagione costituente. Non è un caso se proprio su questo punto si registrano le maggiori convergenze con il presidente del Consiglio. Sé nel discorso di chiusura del Congresso questi ha eluso prontamente il problema referendario, sempre più ingombrante e incombente, non si è certo nascosto dietro inutili giri di parole circa la manifesta volontà di portare speditamente avanti, anche a colpi di maggioranza, riforme istituzionali che rendano realtà il suo piano di rinascita per il paese. La Lega, non può pensare dal canto suo di giocare di sponda e di trovare nel Pd un valido alleato contro l’incombente pericolo referendario e contro una riforma quale quella presidenziale, che rischia di rivelarsi ancor più pericolosa del primo. Non solo il Partito democratico ancora non ha espresso chiaramente quale posizione assumerà in merito al referendum, ma le sue varie e molteplici anime, che sembrano essersi date provvisoriamente tregua, sono profondamente divise e distanti dal trovare una mediazione, considerato inoltre che questo potrebbe essere un altro valido strumento per eliminerebbe ulteriore concorrenza a sinistra, Di Pietro in testa. Paradossalmente, i miglior alleati per i leghisti potrebbero essere i centristi di Pierferdinando Casini, ugualmente interessati ad un fallimento referendario che eviti la formazione di un bi-partitismo ferreo ed estraneo alla cultura politica ed istituzionale del paese, e che soffocherebbe sul nascere ogni velleità di una costituente di centro vera, già intensamente minata dalla collocazione centrale del nuovo soggetto politico berlusconiano. Ma forse, le convergenze più interessanti per la Lega, potrebbero registrarsi proprio sul fronte dipietrista. Il voto sul federalismo fiscale alla Camera nella scorsa settimana, che ha sorpreso non pochi addetti ai lavori, nonostante le motivazioni politiche più che deboli con cui è stato giustificato, può raffigurare meglio di ogni ragionamento una già avviata collaborazione sottotraccia per tutelare l’esistenza di entrambi. Lo scenario politico è quindi più che in fermento. E sull’evoluzione di referendum e riforma dello Stato non sarà secondario il ruolo e la pressione che la Lega Nord eserciterà sul proprio alleato, ed al contempo sarà importante verificare quanto Berlusconi sia ancora disposto a concedere. Gli accordi per l’elezioni amministrative, con le numerose rivendicazioni di comuni e province del Nord, il tutto in vista delle più esose pretese per l’elezioni regionali dell’anno venturo, sono quindi solo il primo, ma arduo banco di prova per testare il futuro dell’alleanza Lega-Pdl.

*Tratto da L’Avanti del 1 Aprile 2009

sabato 28 marzo 2009

Carnovale su Berlusconi: Ricorda Craxi solo per prendere applausi



Roma, 28 MAR (Velino) - "Non e' certo l'omaggio a Bettino Craxi - personale piu' che politico - a fare del Pdl, al pari del Pd, la casa dei socialisti". E' quanto ha dichiarato Nicola Carnovale, membro della segreteria nazionale dei "I Socialisti" nel corso di una iniziativa. "Berlusconi - prosegue Carnovale - ricorda dell'amico Craxi solo quanto serve per prendere l'applauso dei post-missini, e subito dopo immemore, attacca la politica dei suoi governi, dimenticando quanto quest'ultima, oggi a giudizio pressoche' unanime, abbia rappresentato in termini di modernizzazione e progresso civile, economico e sociale per il paese". "Il grande lascito politico di Bettino - conclude Carnovale - si sintetizza in un parola che vale piu' di mille discorsi: autonomia politica ed organizzativa. Esso appartiene a tutti i socialisti che non solo vogliono continuare a dirsi tali, ma credono e si battono per perpetuare i valori del socialismo, laico, liberale, libertario e democratico. Pare che qualche impostore ieri abbia consegnato i vessilli socialisti alla corona. Gli diciamo auguri e di lo consigliamo di godersi il premio di 'legislatura'. Ma nessuno si faccia illusioni. I socialisti autonomisti ci sono ancora!"

lunedì 23 marzo 2009

Non sarà un'avventura...



di Nicola Carnovale*
“Franceschiniello”, “Vicedisastro”, “Caronte”. Sono solo alcuni degli epiteti più gentili e meno offensivi con cui è stato apostrofato il neo segretario democrats, Dario Franceschini, fin dal giorno prima della sua scontata elezione. Eppure, l’uomo destinato a essere il “Re di Marzo” o “il Papa Luciani” del Pd, rischia di trasformarsi in un leader dai connotati ben riconoscibili nell’opinione pubblica e più in particolare tra gli elettori e l’ancora indefinita base dei democratici. Se il suggello, poi, come avvenuto da Fabio Fazio in maniera neanche molto implicita, arriva da Romano Prodi in persona dopo lunghi mesi di assordante silenzio, c’è da scommetterci più di qualche semplice spicciolo che Dario possa essere non solo il presente, ma anche il futuro del Pd. Lo stesso Franco Monaco sulle colonne di “Europa”, se pur con i dovuti accorgimenti e distinzioni, rivede sempre più nell’erede di Veltroni (e questa si che è un’eredità da accettare con beneficio di inventario) tratti politici e doti decisioniste, ma al contempo da mediatore, che ricordano le abili qualità e virtù esibite nell’opera di certosina costruzione dell’Unione dal professore bolognese. Ma, fisionomie a parte, la linea politica fin qui seguita da Franceschini è stata tanto basilare, quanto fruttuosa. Con le sue proposte, più propagandistiche che politiche, più di forma che di sostanza, ha avuto il merito di riportare il Pd al centro della scena politica e istituzionale, ponendo con forza al centro del dibattito interno il tema, finora appositamente assente, della crisi economica. In sostanza, l’unico argomento e l’unica incognita che pesi in maniera più che determinante sulle sorti berlusconiane. Queste, hanno avuto il merito di restituire, non solo la tanta agognata centralità politica, ma di riuscire, seppur parzialmente, nell’operazione di offuscamento della compagine dipietrista, ricostruendo un profilo da principale forza di opposizione ed unica alternativa all’attuale premier ed alla sua maggioranza. L’operazione, oggettivamente carente e inadeguata a modificare concretamente lo stato dell’arte ed a proiettare il Pd alla guida del paese, è quanto meno sufficiente nell’immediato a rassicurare l’elettorato meno mobile e più fidelizzato del partito. Non una chiamata alle armi, ma almeno un grido alla sparute truppe prima della battaglia. La vera incognita per Franceschini, ma per tutto il Pd, resta a questo punto capire quanto tutto ciò potrà fruttare in termini di consenso. O meglio, quanto tutto questo basterà a frenare la forte emorragia di consensi verso molteplici direzioni, a cui la confusa ed indistinguibile linea veltroniana aveva dato il via. I sondaggi, al momento dell’insediamento di Franceschini, davano e danno il Pd intorno al 22- 24%, quanto basta perché dal giorno dopo si possa chiudere la baracca. Ma la forte mobilitazione, specie nelle regioni meridionali, dove il buon insediamento istituzionale e di potere del Pd combinato con una maggiore mobilità dell’elettorato - come ampiamente dimostrato nell’arco dell’ultimo ventennio – possono modificare quanto basta quest’esigua previsione portando il Pd ad una soglia del 26-28%, sicuramente insufficiente rispetto alle ambizioni originarie, ma quantomeno conforme al bisogno di sopravvivenza. Il ruolo di Franceschini in tutto ciò non può e non potrà essere marginale, né tantomeno sarà, come già ampiamente dimostrato, un ruolo notarile, terzo o puramente di rappresentanza. Se un risultano accettabile (non positivo) dovesse quindi esserci, come non tenere in debito conto il ruolo svolto dal suo artefice? La sorte di Franceschini, forse al pari di quella di ogni uomo e leader politico, risiede come non mai nell’urna elettorale.

*Tratto da L’Avanti del 19.03.2009

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