sabato 28 gennaio 2012

Sintesi dell'intervento alla Convention regionale della Calabria dei Riformisti Italiani




Cari Compagni, cari Riformisti, graditi ospiti,

intraprendiamo, oggi, da Lamezia, in un contesto sociale non facile e dopo l’assise di Milano del 16 dicembre scorso, la prima di una serie di Convention regionali che vedranno il Movimento dei “Riformisti Italiani” dispiegare la sua azione e la sua battaglia politica in tutta Italia.

Una scelta non casuale, non dettata dalle contingenze, ma frutto dell’esigenza fortemente avvertita di intraprendere questo viaggio dal Mezzogiorno e dalla realtà regionale più difficile ed anomala, e per le sue contraddizioni la più interessante, che rende di per sé l’idea e la portata della nostra sfida che intende aprire la strada per un vero cambiamento e un nuovo corso economico, sociale e democratico del Mezzogiorno e del Paese.

Una regione, la Calabria, paradigma e crocevia delle crisi del nostro tempo.

Estremo Sud di una Europa che dopo anni di crescita, integrazione e convergenze vede in forse non solo la moneta unica ma i suoi cardini fondanti; sponda Nord di un Mediterraneo in piena rivoluzione e dagli sbocchi incerti simbolo della perenne lotta per i diritti e le libertà; periferia di un’Italia immobile e senza guida e parte integrante di un Mezzogiorno escluso per logica di sistema, infiltrato da una criminalità che non trova freni a causa di un ceto politico infeudato che con essa convive e prospera.

La crisi che viviamo, va certamente ascritta ad un contesto globale con l’esplosione, in rapida successione, di ben 4 bolle negli ultimi dieci anni.

Basta un dato per farci prendere contezza sulla gravità del momento. I governi mondiali nel 2012 avranno bisogno di finanziarsi nei mercati – secondo una stima del FMI – per più di 11.000 miliardi di dollari, di cui appena 1.400 miliardi è la parte europea.

Il tutto, in un periodo di forte recessione globale la cui durata è stimata in non meno di due anni.

Un dato, che non può consolarci e che ci consente però al contempo di asserire che la crisi del debito pubblico europeo e quantitativamente marginale nella crisi globale dei debiti sovrani, ma la sua dirompenza in Europa ed in Italia viene esaltata dalla crisi degli attuali modelli di governance dell’economia, da quella delle sue classi dirigenti e dagli assetti politici ed istituzionali dei maggiori Stati comunitari.

E’ così per l’Euro. Una moneta senza una vera Banca Centrale di emissione, controllo e garanzia e senza un’istituzione effettivamente sovrana che associata ad una politica economica disomogenea  mette in serio predicato anche le certezze più consolidate del vecchio continente.

Ma è così soprattutto per l’Italia.
La nostra crisi unisce alle vicende internazionali ed alla debolezza della governance europea due variabili dirompenti.

Un debito pubblico esplosivo accresciuto e divenuto insostenibile in quella seconda repubblica nata all'insegna del rigore e delle riforme, ma soprattutto per la scarsa credibilità, non tanto di un governo o di una persona, quanto dell’intero sistema politico e istituzionale impostosi artatamente con la falsa rivoluzione mediatico – giudiziaria del ’92 – ’94.

Una scarsa credibilità che ha le sue radici innanzitutto in un ventennio di riforme mancate che una classe governante figlia di Mani Pulite, miope, improvvisata e  di secondo livello non è stata capace di concepire e realizzare.

Tutti oggi vedono cos’è l’Italia della Seconda repubblica e tutti colgono  il paradosso di un sistema inefficiente che ha portato il Paese sull’orlo del default, scimmiottando un sistema politico ed istituzionale  che non e nelle nostre corde e che non poteva certamente funzionare in una democrazia malata e sospesa da una feroce aggressione giudiziaria.

In pochi lo abbiamo detto per tempo e senza alcun timore di essere visti come corpi estranei, o peggio, come anacronistici o nostalgici di qualcosa che noi stessi diciamo non essere più riproponibile nei termini e nelle forme del passato, nella piena consapevolezza di dover pagare dazio per le nostre idee.
E’ questa, però, la condizione propria della “Solitudine del Riformista”.

Quasi venti anni di bipolarismo maggioritario ci consegnano un Paese che arranca in tutti i suoi campi in cui i problemi reali sono sistematicamente elusi, aggirati e demandati a miglior tempo, sostituiti nella vita politica quotidiana da continui scontri e rimpalli di responsabilità utili solo a coprire limiti ed errori.

L’Italia è divenuta così un Paese ingessato, immobile, a tratti irriformabile, ostaggio delle tante caste e corporazioni, con una burocrazia onnipresente ed inefficiente che tende a trasformare la natura democratica del nostro sistema in una moderna forma di oligarchia, agevolata in questo processo da un sistema istituzionale inadeguato e superato nel tempo, e dei suoi cultori, di destra e di sinistra, costretti loro malgrado, oggi, ad appoggiare il Governo Monti, che pur certifica la fine di questo modello, per opportunismo e subalternità.

Un’Italia, da troppo tempo mal governata e ingovernabile, in cui la necessità di messa in sicurezza dei conti pubblici ed il rilancio dell’economia,  opera cui è chiamato il governo dei professori, va considerata primaria al pari dell’urgenza di dare vita ad una nuova stagione politica caratterizzata da un riformato assetto costituzionale.

E’ questa una condicio sine qua non perché, senza il perseguimento di una effettiva stabilità politica non vi potrà essere nessuna crescita e nessuna stabilità economica.

Il Governo Monti, chiamato ad una cura straordinaria della nostra economia, si delinea sempre meno come governo tecnico, con il Quirinale, sotto la cui egida continua ad operare, che assume il vero ruolo di guida politica del Paese dettando al parlamento, sia pure per interposta persona, l’agenda per le riforme.

L’inedita maggioranza parlamentare che sorregge il Governo rischia, nonostante i distinguo, le diversità strumentali e di facciata, di alterare la normale dialettica democratica  e di trasformare, tramite alchimie e meccanismi elettorali di comodo, un bipolarismo coatto ed impotente in un polo unitario eretto a tutela degli interessi più forti.
Fantapolitica? Può darsi. Al pari, però, di chi come noi prospettava un governo PD – PdL.

Come Riformisti abbiamo accolto il Governo nella ferma speranza che questo potesse generare le condizioni minime per le tanto attese riforme, consapevoli che il ricorso anticipato alle urne a sistema elettorale ed istituzionale invariato avrebbe minato anche la prossima legislatura sia in termini di durata che nella capacità di offrire soluzioni positive alla grave crisi economica generale.

Limitiamo pertanto il nostro sostegno alla realizzazione di quei provvedimenti necessari ed indispensabili per incoraggiare la crescita e lo sviluppo, contenuti nella cosiddetta fase due, sostenendo in particolare una stagione di liberalizzazioni se queste porteranno una società più democratica, meritocratica ed aperta ed in grado di garantire costi e servizi più competitivi e favorevoli per cittadini ed imprese.

Il decreto in materia al vaglio dell’aula, contiene certamente dei punti di novità e positivi  in materia di energia, sulle norme per l’avvio di nuove attività e sulle categorie professionali.
Ma al contempo registra una timidezza inaudita su petrolieri, servizi postali, trasporto ferroviario per non parlare delle Assicurazioni e di quelle 14 Banche italiane, che pur avendo ricevuto dalla BCE 140 miliardi di euro per le PMI, continuano la stretta del credito ed impiegano indebitamente quelle risorse per operazioni finanziarie! Tutto ciò è inaccettabile.

Attendiamo ora di vedere il decreto legislativo sulle Semplificazioni e le nuove regole fiscali e di bilancio che saranno all’esame del prossimo Consiglio europeo che non saranno certo marginali per il futuro del Paese e per gli esiti non certo scontati della crisi.

In questo contesto, dopo la bocciatura della Corte Costituzionale dei Referendum, accadimento più che prevedibile, si è aperto necessariamente il confronto sulla legge elettorale che, si badi bene, non dovrebbe essere l’inizio di un percorso di riforme ma bensì il suo coronamento.

Considero del tutto scontato dire in questa sede che per quanto ci riguarda essa deve garantire pluralismo, governabilità e rappresentatività principio quest’ultimo che si per strada colpendo al cuore la nostra democrazia.

Ma sul tema delle riforme, mi sia consentito lo scetticismo del caso. Mi chiedo e vi chiedo. Può questo parlamento, questi partiti, questa classe politica porre le basi per una nuova repubblica?

La risposta sembra scontata e ci è stata data nel corso degli anni, nei recenti mesi e ci viene ricordata tutti i giorni quanto assistiamo a dibattiti, dichiarazioni e commenti di leader, o presunti tali che valgono lo spazio di un mattino.

La proposta di una nuova Assemblea Costituente nasce in questo contesto e prende forza dalla fine di un ciclo politico fallimentare cui deve necessariamente seguire una nuova stagione pena il collasso dell’Italia.

Nasce dalla presa d’atto della crisi irreversibile del sistema maggioritario, dalla seconda repubblica, dei partiti e dei leader che ne sono stati interpreti e  beneficiari, ma soprattutto, dalla necessità improcrastinabile di dare finalmente avvio ad una nuova fase repubblicana adoperando, secondo i canoni propri della storia francese, una ropture costitutionnel.

Nasce dall’esigenza di dare vita ad uno Stato moderno e funzionale, dalla necessità di ridefinire il quadro delle competenze tra gli organi ed i diversi poteri dello Stato,  dall’urgenze di ridefinire i rapporti tra Stato, Regioni ed Enti locali rimarcando quel principio di sussidiarietà divenuto un  mero enunciato.

E’ nel governo degli enti locali e delle regioni che può e deve nascere una nuova classe politica e di governo, laddove si manifestano i problemi, le necessità e dove le soluzioni debbono avere ancor più i caratteri indefettibili della rapidità e della efficacia.

Il fallimento delle politiche per il Mezzogiorno in questi anni, oltre che ai ritardi storici ed alle difficili condizioni ambientali, va ascritto in larga parte a queste motivazioni.

Il Mezzogiorno non ha voce e peso perché debole nel rapporto politico con i suoi rappresentanti senza le carte in regola e privi di una bussola istituzionale, ed è debole e dipendente con le altre aree del Paese per via di un tessuto scarsamente produttivo e assistito preda spesso di attività “prenditoriali” più che imprenditoriali.

Lo spopolamento delle Regioni meridionali, specie delle sue energie più vitali e dinamiche, verso le aree più diverse dell’Europa e del Mondo, differentemente dal passato quando i flussi migratori erano principalmente interni, è un dato inquietante di cui avremo piena contezza con la pubblicazione dei dati del nuovo censimento.

Un fenomeno grave, frutto del fallimento di una classe dirigente e delle sue ricette che si riflette sull’intero sistema - paese  indebolendo il potenziale di crescita e privandolo delle sue energie migliori e più istruite.

Serve quindi ripensare l’intero impianto delle azioni del Mezzogiorno e la filosofia che ne sta alla base, con formazioni del Sud e rappresentanze istituzionali prive di respiro strategico e di dimensione che intendono perseguire, scimmiottando l’esperienza leghista proprio ora che la stessa entra in profonda crisi e fa emergere le sue contraddizioni, un meridionalismo sterile rinchiudendolo in una dimensione protestataria, rivendicativa e campanilista.

Oggi, invece, non è più tempo di moti e di rivolte, come non è più tempo per novelli “masanielli” filogovernativi o extraparlamentari che laddove agiscono fanno solo danni, durano poco e la loro azione serve unicamente a loro stessi.
Noi abbiamo invece la necessità di aprire i nostri orizzonti e proiettarli in una dimensione globale e Mediterranea.

Non è un vecchio mantra che si ripete sistematicamente, ma è la consapevolezza di uno sbocco e di una funzione positiva che quest’area può svolgere proficuamente nell’interesse dell’Italia e dell’Europa che può rappresentare una via di fuga per una crisi che si presenta lunga e difficile.

In concreto, proponiamo l’idea che si superino gli angusti per quanto comodi confini regionali per approdare ad una nuova dimensione più vasta, una sorta di macro regione meridionale, che si muova come un unicum, con una programmazione mirata che renda concrete quelle opere primarie di carattere infrastrutturale e non solo, in grado di rilanciare il Sud concentrando le grandi risorse ancora a disposizione.

Il  Mezzogiorno può assurgere a diventare una naturale piattaforma logistica per il Mediterraneo. Una funzione per cui è vocato e che può restituirgli la centralità perduta nel corso dei secoli nei commerci mondiali.

La Calabria, in questo contesto, ha un ruolo del tutto privilegiato, vuoi per ragioni geografiche e per condizioni fattuali e per la presenza del più grande porto del mediterraneo, quello di Gioia Tauro, che non può continuare oltremodo la sua condizione di abbandono né essere affidato liberamente alle scelte di uno o più terminalisti animati dai loro soli interessi.

La Regione, per farlo, dovrebbe occuparsi un po’ più di programmazione ed un po’ meno di consulenze.
Spiace dirlo, ma nonostante la situazione economica generale, la Regione Calabria non conosce crisi nella nomina di esperti e consulente. E’ una critica costruttiva che nasce spontanea ed investe un modello comune ad entrambi gli schieramenti.

E’ una battaglia, questa, che portiamo avanti da tempo immemore, che valica come abbiamo sempre detto, la semplice, seppur fondamentale questione economica per approdare ad una problematica ancor più seria e complessa di ordine democratico inerente la natura e le modalità attraverso il quale si forma e si catalizza il consenso.

Si potrebbe, se ci è consentito un suggerimento, eliminare tutte le consulenti esistenti sostituendole a costo zero con quelle figure e personalità che sono a carico dei bilanci pubblici con laute indennità e vitalizi, risparmiando così decine di centinaia di migliaia di euro.

Carissimi, l’ho fatta  lunga e concludo.
Sono tante le cose da dire e sono certe che, per noi riformisti e per coloro che con noi vorranno discutere, confrontarci ed anche scontrarsi non mancheranno luoghi ed occasioni.

Ciò, per la grande area dei riformisti italiani, è di nuovo possibile grazie alla passione ed al coraggio di Stefania che in un frangete delicato e complicato ha avuto il merito ed il coraggio, la determinazione e la passione di lanciare il cuore oltre l’ostacolo e di combattenti mai domi, a cui non finiremo mai di dire grazie, come il nostro Saverio Zavettieri, che in tutti questi anni non si è mai arreso, nonostante tutto e tutti, all’idea che la grande civiltà del socialismo riformista non avesse più un futuro.

Noi, abbiamo condotto in mare aperto nel pieno di grandi intemperie, un piccolo vascello perché sia un grande laboratorio aperto a tutti coloro che accomunati non in funzione del passato, ma da una prospettiva ed una visione comune, vogliono partecipare, concorrere e dirigere i processi di cambiamento del nostro tempo che non possono restare nelle mani di quei capitani coraggiosi buoni per qualche scalata ma non per il paese.

Lo abbiamo fatto innanzitutto per le nuove generazioni perché attraverso questo Movimento possano riappropriarsi dello strumento principe del cambiamento. La politica.

Mettiamoci quindi ora in viaggio ed adoperiamoci perché questo vascello possa solcare, battendo come sempre la bandiera della libertà e del progresso, nuove rotte e nuovi orizzonti non sprecando questo vento che soffia a nostro favore e che certamente ci porterà lontano.
Buon viaggio!
Nicola Carnovale



venerdì 2 dicembre 2011

Saverio Zavettieri e Nicola Carnovale sul Manifesto dei Riformisti di Stefania Craxi


E' stato presentato da Stefania Craxi al Teatro Nuovo di Milano il Manifesto dei Riformisti Italiani con il quale si lancia la raccolta firme per l'indizione di una Assemblea Costituente per la modifica della Parte II della Costituzione per ridisegnare un nuovo assetto istituzionale del nostro Paese. Dell'iniziativa in questione e del Manifesto ne discutiamo, approfittando della sempre gentile e professionale disponibilità di Radio Radicale, con  Lanfranco Palazzolo.


lunedì 28 novembre 2011

Sintesi dell'intervento alla Convention dei Riformisti italiani di Milano

Milano, 26 Novembre 2011 - Convention dei Riformisti Italiani
Sintesi dell'intervento di Nicola Carnovale per i "Socialisti Uniti"


      
          Cari Riformisti,
siamo all’alba di una nuova fase della storia repubblicana del nostro Paese che dovrà nascere, si spera, dalle ceneri di una crisi economica globale senza precedenti, su un diverso modello di governance dell’economia mondiale e con nuove regole e nuovi rapporti internazionali.

Non siamo quindi in presenza di una tradizionale crisi politica ed istituzionale dalla quale si può uscire con un maquillage e con qualche provvedimento propaganda come vecchi e nuovi populisti agitano, ma innanzi ad una crisi di sistema che in quanto tale necessita di risposte di sistema radicali ed organiche.

La certificazione del fallimento del sistema politico bipolare maggioritario non viene più da un giudizio che in quanto tale può essere opinabile o dalla manifesta speranza di un gruppo di esclusi o delusi, ma dalla formazione di un nuovo governo, quello Monti, figlio, prima ancora che dello stato di necessità del Paese, dell’incapacità atavica del sistema politico di produrre riforme di sistema e generare maggioranze che governano ed opposizioni che si candidano a farlo con progetti alternativi e credibili.

Un Governo chiamato ad un compito non facile.

Debole nel rapporto con il Paese e non solo per l’assenza di una legittimazione popolare, ma forte nei Palazzi, non esclusivamente per la fragilità strutturale delle forze in campo quanto per la sua emanazione Quirinalizia che sembra disegnare, a costituzione invariata e secondo una nuova costituzione materiale, una nuova forma repubblicana di governo.

Per tracciare una rotta, compito a cui da sempre è chiamata la politica ed i riformisti in particolare, bisogna analizzare con realismo, mettendo da parte tifo ed appartenenze, lo stato del Paese dopo un ventennio di riforme mancate causa proprio un sistema politico che ha reso impossibile, pur nella longevità degli esecutivi, l’obiettivo primario con cui si instaurava quello della stabilità e della governabilità; tutto ciò dimenticando per un attimo la questione morale, tema sul quale oggi sarebbe troppo facile aggredirlo.

Il sistema ha nel suo complesso indebolito il tessuto democratico.

Il principio di rappresentanza è stato ridotto ad un mero esercizio retorico che non può certo esaurirsi al solo momento elettorale - magari con una maggior corrispondenza tra elettore ed eletto - ma servono nuovi luoghi di confronto e di partecipazione democratica che impongono la ricerca di forme aggregative moderne ed aggiornate che superino vecchi modelli e riempiano il vuoto attuale.

In questo contesto è del tutto naturale che le istituzioni democratiche risultino deboli ed incapaci di rispondere alle esigenze dei cittadini e piegate agli interessi di pochi illuminati, mentre le chiavi di volta dell’impianto istituzionale sono state di fatto affidate nelle mani di forze radicali estreme, che oggi come ieri inneggiano all’antipolitica, rigurgito di un passato da dimenticare che invece si ripropone.

L’unico obiettivo raggiunto in questi anni dal sistema vigente è quello di dividere i riformisti, condannarli all’emarginazione ed alla subalternità e rendere sterile la grande istanza di cambiamento di cui essi sono portatori e che avrebbe garantito riforme, modernità e diritti garantiti per tutti.

La stagione non più demandabile della ristrutturazione del sistema Italia, necessità primaria del Paese, ha avuto quindi nel suo sistema l’ostacolo principe. Per affrontare pertanto alla radice e senza scorciatoie i problemi atavici del Paese - come rischiano invece di rivelarsi le discussioni in materia di legge elettorale - non si può ulteriormente eludere il nodo delle riforme di sistema per eccellenza. Le riforme costituzionali.

Va intrapreso in tale senso un percorso organico e non di singoli o settoriali provvedimenti collage che rischiano di disperdersi, se non peggio, creare ulteriore confusione. Serve una riforma della Parte II della Costituzione che ridisegni uno stato moderno, funzionale e ripristini un equilibrio perduto ed una separazione non solo formale tra il potere legislativo, esecutivo e giudiziario.

Come socialisti e riformisti siamo convinti che questo sia il compito proprio che può svolgere solo una Assemblea costituente, sia per la delicatezza della materia sia per l’incapacità fin qui dimostrata da questa politica e dalle sue istituzioni di riformare prima ancora di riformarsi. Senza ciò, nessuna altro vero progetto di riforma vedrà mai luce se non nel quadro delle contingenze e delle emergenze diffuse che saranno destinate ad accrescere senza un cambio di rotta.

E’ questo il compito a cui oggi siamo chiamati.

E’ un ruolo che dovremmo svolgere non nell’interesse di questa comunità figlia della grande civiltà del riformismo italiano dall'antica storia e dagli illustri padri ma nell’interesse del Paese, sapendo, che tale compito è una ambizione commisurata alle nostre potenzialità e che anche dal nostro destino seppur in minima parte dipendono le sorti di questo Paese.



venerdì 25 novembre 2011

Nicola Carnovale e Saverio Zavettieri con Paolo Martini discutono in vista della Convention dei Riformisti Italiani



Crisi del sistema politico e del bipolarismo maggioritario, pluralismo e rappresentatvità, riforme costituzionali e prospettive dell'area riformista. Sono questi alcuni dei temi che affrontiamo in questa discussione con il Direttore di Radio Radicale, Paolo Martini, in vista della Convention di lancio dei "Riformisti Italiani"


http://www.radioradicale.it/scheda/340742/intervista-a-nicola-carnovale-ed-a-saverio-zavettieri-sul-prossimo-convegno-dei-riformisti-italiani

mercoledì 23 novembre 2011

La Corte Costituzionale boccia la norma calabrese sulle incompatibilità. Carnovale, ripristinati legge e buon senso



“Salutiamo con favore la notizia della bocciatura parziale da parte della Corte Costituzionale della legge regionale n. 34 del 2010 dichiarata illegittimità anche nella parte in cui eliminava il regime delle incompatibilità tra le funzioni di Sindaco e di Consigliere regionale, essendo stati promotori fin dalla sua sconsiderata e trasversale approvazione - avvenuta con un improprio emendamento blitz in un dispositivo di bilancio - del Comitato promotore per il Referendum abrogativo.

E’ quanto ha dichiarato Nicola Carnovale della Segreteria nazionale dei “Socialisti Uniti – P.S.I.”

“Avevamo da tempo com’è noto – prosegue Carnovale - provveduto a depositare presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale della Calabria la richiesta per l’indizione di un referendum abrogativo della norma in questione e nonostante le inadempienze diffuse dell’Ufficio stesso eravamo pronti, in caso di un diverso pronunciamento della Consulta, ad avviare la raccolta delle firme pur nella piena consapevolezza che un organo di giustizia costituzionale non avrebbe non potuto rilevare le gravi e palesi violazioni delle vigenti normative in materia”.

“In ogni modo questa sentenza – conclude Carnovale - dovrebbe indurre ad una seria ed approfondita riflessione l’intero Consiglio regionale ed in special modo i cittadini calabresi sulle modalità di carattere politico ed istituzionale con cui si legifera e sulle ratio, spesso impolitiche e particolaristiche, che  muovono l’approvazione di taluni provvedimenti”.

martedì 8 novembre 2011


Si svolgerà a Milano, il prossimo 26 Novembre, la Convention di lancio del Movimento dei Riformisti Italiani nel corso della quale sarà presentato il Manifesto dei Riformisti all'insegna dello slogan "L'Italia che abbiamo nel cuore...".

Una dichiarazione non di meri principi, dei quali tra l'altro si sente più che mai il bisogno in un sistema politico che ne è del tutto privo, ma che ha la dichiarata ambizione di affrontare i nodi e le questioni più urgenti e annose che attanagliano la vita politica, economica e sociale del nostro Paese.

Su tutti, l'idea di una Riforma dell'assetto dello Stato, ossia una riforma organica e di sistema della Parte II della nostra carta costituzionale,  secondo i principi della democrazia partecipativa, della governabilità e della funzionalità degli Organi Costituzionali all'insegna di un rinnovato e ritrovato equilibrio tra i diversi poteri, problematicità alla base anche del perenne scontro tra politica e magistratura.

Senza una riforma della Costituzione, nessuna legge elettorale potrà risolvere i mali atavici che affliggono il nostro Paese e nessuna riforma di sistema potrà mai vedere luce in un siffatto contesto di scontro perenne all'insegna del tutti contro tutti.

Un approccio riformista, ossia non dogmatico ma pragmatico, all'insegna del saggio ed antico motto proprio della migliore tradizione del socialismo democratico: "Fai quel che puoi, succeda quel che deve..."




"Un augurio ed un in bocca al lupo al PdL nazionale e calabrese risulto incredibile mole di sottoscrizioni raggiunte nella fase di adesione del tutto imprevisto per una organizzazione politica leggera e carismatica che si appresta a divenire un novello partito di massa con un sistema di reclutamento tipico dei partiti della tanto vituperata prima repubblica".

È quanto ha dichiarato Nicola Carnovale, della Segretaria nazionale dei Socialisti Uniti.

"Non sarà difficile comprendere già nell'avvio della fase congressuale - prosegue Carnovale - se tale risultato sia stato il frutto di una sana e spontanea voglia di partecipazione e di protagonismo che emerge dalla società in controtendenza al disinnamoramento  diffuso verso la politica e le sue forme di partecipazione organizzate, oppure un prova di forza tutta ad opera ed appannaggio di novelli signori delle tessere nella deleteria logica della conta e dello scontro tutto interno che di fatto sancisce l'apertura ufficiale del post Berlusconi".

"Se malauguratamente dovesse prendere corpo la seconda ipotesi, cosa che non ci auguriamo per il bene della democrazia e delle istituzioni, saremmo in presenza -  aggiunge Carnovale - di una involuzione all'insegna della peggior logica cencelliana con ad uso, quale modello di selezione e formazione della classe dirigente, il criterio della lottizzazione che rende illusorio ed impraticabile il tanto decantato rinnovamento".

"In ogni caso - conclude Carnovale - resta vivo per tutto il sistema politico ed istituzione la problematica della ricerca di nuovi modelli di partecipazione e selezione e della forma partito con la difficile ricerca dell'equilibrio tra innovazione e riproposizione con un futuro che stenta a venire ed un passato che si ripropone più con i suoi vizi che con le sue virtù ulteriore segno del fallimento della seconda repubblica". 

martedì 11 ottobre 2011

Politica, affari ed economia: Commistioni da evitare!



Caro Direttore,
la debolezza della politica è il dato certo e caratterizzante di questa seconda repubblica. Ad un sistema caratterizzato dal predominio di una politica invadente ed onnipresente si è risposto con il suo smantellamento e l’opzione del primato dell’economia. E’ il tempo, che da sempre si dimostra essere galantuomo, ad attestare quanto sbagliata sia stata quella scelta e quali nefaste conseguenze oggi ci troviamo a scontare, non ultime, le divenute ormai ordinarie commistioni  tra la politica, o meglio un suo succedaneo, ed affari. Dopo che in talune élite economico ed imprenditoriali si è lavorato per  creare una  situazione di debolezza cronica e di vassallaggio delle istituzioni e di una intera classe rappresentante per favorire minori regole ed una più accentuata deregulation, solo oggi ci si accorge che la nuova politica - che paradossalmente è in parte anche l’antipolitica di un tempo - è come affetta da una sorta di sindrome da contrappasso ed ha acquisito gli stessi difetti, ma non  le virtù, di ciò che doveva sostituire; per scoprire inoltre che la sua inadeguatezza, incompetenza ed irresponsabilità danneggiano, oltre che l’economia nazionale, quella di lor stessi signori! Potrebbe essere questa, nel caso c’è ne fosse bisogno, una delle prove del nove utili a certificare lo stato emergenziale in cui il paese giace da tempo. Eppure, le iniziative che si intravedono all’orizzonte sembrano muovere i loro passi esclusivamente nell’ottica della restaurazione. Talune tendono a riproporre la nostalgia per quella che fù la prima repubblica -  spesso a ragion veduta  - o per vecchie formule di centrismo; un periodo, questo, che i ritmi del nostro tempo e la globalizzazione rendono ancor più lontano quanto improponibile per ovvi fattori interni ed internazionali. Altre, indicano come soluzione di tutti mali meccanismi elettorali che hanno rappresentato invece l’origine del problema. Ciò che manca è quindi palese. Manca una visione prospettica di lungo respiro e d’insieme del Paese. Non è certo un dato casuale la totale assenza dalle discussioni pubbliche e private dell’esigenza improcrastinabile di rivedere l’intero assetto istituzionale del nostro paese che risulta inadeguato e poco funzionale per uno stato civile e moderno. I fatti parlano chiaro. Non una riforma in qualsiasi settore della vita del paese sarà possibile in questo scenario e con questo sistema. Né tantomeno potrà essere risolutorio alcun sistema elettorale se non rimettiamo mano al patto fondativo della nostra repubblica, non certo per mutare e stravolgere i principi fondamentali, ma per ripristinare un equilibrio democratico tra i poteri, un processo legislativo al passo con i tempi, uno snellimento complessivo della macchina burocratica, rintroducendo quel meccanismo di pesi e contrappesi che prassi, consuetudini e proprio le leggi elettorali hanno stravolto se non quando abolito. Chiamarla Assemblea costituente potrà sembrare retrò, fuori moda. Ma nella sostanza è ciò che serve e risulterebbe un mero esercizio retorico rispondere al quesito se sia questo Parlamento o meno in condizione di farlo. In questo scenario, dove tutto ed il suo contrario sembra possibile, ciò potrebbe apparire al contrario inverosimile se non utopico, ma le contingenze e le esigenze impongono provvedimenti radicali e non più prorogabile per mettere tangibilmente mano alla complessa realtà italiana. Perché, attendere che passi la tempesta o sperare in improbabili soluzioni che escono come i conigli dai cilindri, o peggio ancora, attendere il compimento di novelle alchimie di palazzo e pasticci italici incomprensibili e deleteri per aprire una nuova stagioni è come aspettare Godot. Ma sappia già in anticipo che si rischia di aspettare in eterno. L’Italia può permetterselo?

Nicola Carnovale
Segreteria nazionale “Socialisti Uniti – P.S.I.”

giovedì 6 ottobre 2011

Elezione Delrio: Carnovale, il Mezzogiorno continua ad essere penalizzato


“L’elezione di Delrio a Presidente dell’Anci, a cui vanno i nostri auguri di buon lavoro, al di là della caoticità con cui è avvenuta, conferma ancora una volta l’esclusione del Mezzogiorno dalle sedi politiche ed istituzionali che contano negando di fatto la possibilità di esprimere propri rappresentanti alla guida dell’ Anci o della Conferenza delle Regioni, che rappresentano, a ragion veduta, la terza Camera dello Stato per l’importanza che rivestono nella discussione ed il confronto sia con l’esecutivo che con le forze economico-sociali del Paese”.

E’ quanto ha dichiarato Nicola Carnovale, della Segreteria nazionale dei Socialisti Uniti – P.S.I.

“Tra i tanti mali che il bipolarismo italiano ha prodotto – prosegue Carnovale – devastante è stata l’esclusione del Mezzogiorno dai circuiti nazionali, con un Nord rappresentato politicamente ed economicamente dall’asse PDL-Lega ed un centro storicamente in mano al PD erede del PCI – PDS – DS.  Il Mezzogiorno, è privo di una rappresentanza effettiva sia per ragioni interne che esterne: interne, per la debolezza e la subalternità cronica della sua classe dirigente, con politici impegnati nella gestione a fini clientelari ed imprenditori prenditori; ed esterne, per una mera logica di sistema in una sorta di ‘terzium non datur’ in cui a rimanere escluso è sempre il più debole avendo i due poli cuore e portafoglio rivolto verso altri lidi”.

“Se questo è il sistema che si tenta di puntellare con artificiosi meccanismi elettorali – conclude l’esponente socialista -  utilizzando referendum farsa che dichiarano di restituire rappresentanza ai cittadini, salvo poi rintrodurre la logica dei collegi blindati e del ripescaggio proporzionale, con candidati scelti dalle stesse oligarchie partitocratiche che apparentemente si contesta, è più serio e necessario ridisegnare prima un nuovo assetto istituzionale per il nostro paese e predisporre una legge attuativa dell’art. 49 della Costituzione”.
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