di Nicola Carnovale*
“Franceschiniello”, “Vicedisastro”, “Caronte”. Sono solo alcuni degli epiteti più gentili e meno offensivi con cui è stato apostrofato il neo segretario democrats, Dario Franceschini, fin dal giorno prima della sua scontata elezione. Eppure, l’uomo destinato a essere il “Re di Marzo” o “il Papa Luciani” del Pd, rischia di trasformarsi in un leader dai connotati ben riconoscibili nell’opinione pubblica e più in particolare tra gli elettori e l’ancora indefinita base dei democratici. Se il suggello, poi, come avvenuto da Fabio Fazio in maniera neanche molto implicita, arriva da Romano Prodi in persona dopo lunghi mesi di assordante silenzio, c’è da scommetterci più di qualche semplice spicciolo che Dario possa essere non solo il presente, ma anche il futuro del Pd. Lo stesso Franco Monaco sulle colonne di “Europa”, se pur con i dovuti accorgimenti e distinzioni, rivede sempre più nell’erede di Veltroni (e questa si che è un’eredità da accettare con beneficio di inventario) tratti politici e doti decisioniste, ma al contempo da mediatore, che ricordano le abili qualità e virtù esibite nell’opera di certosina costruzione dell’Unione dal professore bolognese. Ma, fisionomie a parte, la linea politica fin qui seguita da Franceschini è stata tanto basilare, quanto fruttuosa. Con le sue proposte, più propagandistiche che politiche, più di forma che di sostanza, ha avuto il merito di riportare il Pd al centro della scena politica e istituzionale, ponendo con forza al centro del dibattito interno il tema, finora appositamente assente, della crisi economica. In sostanza, l’unico argomento e l’unica incognita che pesi in maniera più che determinante sulle sorti berlusconiane. Queste, hanno avuto il merito di restituire, non solo la tanta agognata centralità politica, ma di riuscire, seppur parzialmente, nell’operazione di offuscamento della compagine dipietrista, ricostruendo un profilo da principale forza di opposizione ed unica alternativa all’attuale premier ed alla sua maggioranza. L’operazione, oggettivamente carente e inadeguata a modificare concretamente lo stato dell’arte ed a proiettare il Pd alla guida del paese, è quanto meno sufficiente nell’immediato a rassicurare l’elettorato meno mobile e più fidelizzato del partito. Non una chiamata alle armi, ma almeno un grido alla sparute truppe prima della battaglia. La vera incognita per Franceschini, ma per tutto il Pd, resta a questo punto capire quanto tutto ciò potrà fruttare in termini di consenso. O meglio, quanto tutto questo basterà a frenare la forte emorragia di consensi verso molteplici direzioni, a cui la confusa ed indistinguibile linea veltroniana aveva dato il via. I sondaggi, al momento dell’insediamento di Franceschini, davano e danno il Pd intorno al 22- 24%, quanto basta perché dal giorno dopo si possa chiudere la baracca. Ma la forte mobilitazione, specie nelle regioni meridionali, dove il buon insediamento istituzionale e di potere del Pd combinato con una maggiore mobilità dell’elettorato - come ampiamente dimostrato nell’arco dell’ultimo ventennio – possono modificare quanto basta quest’esigua previsione portando il Pd ad una soglia del 26-28%, sicuramente insufficiente rispetto alle ambizioni originarie, ma quantomeno conforme al bisogno di sopravvivenza. Il ruolo di Franceschini in tutto ciò non può e non potrà essere marginale, né tantomeno sarà, come già ampiamente dimostrato, un ruolo notarile, terzo o puramente di rappresentanza. Se un risultano accettabile (non positivo) dovesse quindi esserci, come non tenere in debito conto il ruolo svolto dal suo artefice? La sorte di Franceschini, forse al pari di quella di ogni uomo e leader politico, risiede come non mai nell’urna elettorale.
“Franceschiniello”, “Vicedisastro”, “Caronte”. Sono solo alcuni degli epiteti più gentili e meno offensivi con cui è stato apostrofato il neo segretario democrats, Dario Franceschini, fin dal giorno prima della sua scontata elezione. Eppure, l’uomo destinato a essere il “Re di Marzo” o “il Papa Luciani” del Pd, rischia di trasformarsi in un leader dai connotati ben riconoscibili nell’opinione pubblica e più in particolare tra gli elettori e l’ancora indefinita base dei democratici. Se il suggello, poi, come avvenuto da Fabio Fazio in maniera neanche molto implicita, arriva da Romano Prodi in persona dopo lunghi mesi di assordante silenzio, c’è da scommetterci più di qualche semplice spicciolo che Dario possa essere non solo il presente, ma anche il futuro del Pd. Lo stesso Franco Monaco sulle colonne di “Europa”, se pur con i dovuti accorgimenti e distinzioni, rivede sempre più nell’erede di Veltroni (e questa si che è un’eredità da accettare con beneficio di inventario) tratti politici e doti decisioniste, ma al contempo da mediatore, che ricordano le abili qualità e virtù esibite nell’opera di certosina costruzione dell’Unione dal professore bolognese. Ma, fisionomie a parte, la linea politica fin qui seguita da Franceschini è stata tanto basilare, quanto fruttuosa. Con le sue proposte, più propagandistiche che politiche, più di forma che di sostanza, ha avuto il merito di riportare il Pd al centro della scena politica e istituzionale, ponendo con forza al centro del dibattito interno il tema, finora appositamente assente, della crisi economica. In sostanza, l’unico argomento e l’unica incognita che pesi in maniera più che determinante sulle sorti berlusconiane. Queste, hanno avuto il merito di restituire, non solo la tanta agognata centralità politica, ma di riuscire, seppur parzialmente, nell’operazione di offuscamento della compagine dipietrista, ricostruendo un profilo da principale forza di opposizione ed unica alternativa all’attuale premier ed alla sua maggioranza. L’operazione, oggettivamente carente e inadeguata a modificare concretamente lo stato dell’arte ed a proiettare il Pd alla guida del paese, è quanto meno sufficiente nell’immediato a rassicurare l’elettorato meno mobile e più fidelizzato del partito. Non una chiamata alle armi, ma almeno un grido alla sparute truppe prima della battaglia. La vera incognita per Franceschini, ma per tutto il Pd, resta a questo punto capire quanto tutto ciò potrà fruttare in termini di consenso. O meglio, quanto tutto questo basterà a frenare la forte emorragia di consensi verso molteplici direzioni, a cui la confusa ed indistinguibile linea veltroniana aveva dato il via. I sondaggi, al momento dell’insediamento di Franceschini, davano e danno il Pd intorno al 22- 24%, quanto basta perché dal giorno dopo si possa chiudere la baracca. Ma la forte mobilitazione, specie nelle regioni meridionali, dove il buon insediamento istituzionale e di potere del Pd combinato con una maggiore mobilità dell’elettorato - come ampiamente dimostrato nell’arco dell’ultimo ventennio – possono modificare quanto basta quest’esigua previsione portando il Pd ad una soglia del 26-28%, sicuramente insufficiente rispetto alle ambizioni originarie, ma quantomeno conforme al bisogno di
*Tratto da L’Avanti del 19.03.2009

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