Dai microfoni di Radio Radicale, nel corso dei mesi e dei giorni appena trascorsi, ho espresso più volte il rischio concreto che per la prima volta nella storia del socialismo italiano non vi sia, nella prossima tornate elettorale europea, una lista che si richiami ai valori ed alla tradizione del socialismo riformista, autonomista, laico e liberale. Eppure, il male oscuro dei socialisti, e la condanna perpetua a cui il suo popolo sembra essere destinato, era quello della frammentazione, della eccessiva presenza di sigle e simboli socialisti sulle schede elettorali, al punto di aver rasentato, per poi spesso cadervi, l’assurdo. Oggi, tra meccanicistiche elettori e tra fallimenti progettuali che hanno contraddistinto questa galassia, si sente persino il rammarico dei tempi recenti, in cui, se non altro, il “primum vivere” – personale più che politico – è stato realizzabile. In ogni caso sbaglieremmo a pensare che il problema dei socialisti sia unicamente riconducibile alla sua classe dirigente, o al contrario, ad un’assenza di linea politica di lungo respiro e strategica. Le due cose valgono drammaticamente entrambe in ugual misura. Nel corso dell’ultimo quindicennio i tentativi, tutti lodevoli, di ricostruire una forza socialista organizzata, si sono scontrati primo fra tutti, sullo scoglio delle alleanze e sull’interpretazioni di comodo che ogni gruppo dirigente ha voluto dare di esse. Alcuni, in ragione della storia, hanno propugnato - financo proficuamente - l’alleanza nel centrosinistra quale dogma intangibile. Da essa sono derivate rendite di posizione per i gruppetti dirigenti nazionali e regionali frutto di stabili accordi di vassallaggio, dove, abiurare parte della propria storia e fornirne interpretazioni di essa riabilitative utili alla sinistra post-comunista, è stato parte del compito assegnatoli. Altri, avevano scelto la ricostruzione di una casa socialista optando per un’alleanza con il centrodestra, puramente tattica e contingente e non strategica e di prospettiva, salvo poi trasformare questa, in una opportuna collocazione per intraprendere facili carriere nella corte berlusconiana. Che queste organizzazioni siano venute meno o siano state fatte implodere, poco male. Ma la scelta di un’alleanza contingente e non assoluta, al di là della valutazione di quale debba essere questa, era e resta però una felice intuizione. L’assetto politico-istituzionale bipolare e maggioritario uscito dalle urne del ‘94, consegna al paese ed ai socialisti, uno schema innaturale in cui la posizione centrale ed intermedia - ma potremmo definire senza timore alcuno di “centro” – sposata dai socialisti e da Craxi viene meno. Nessuna forza che si richiamasse all’esperienza del Psi si è chiaramente caratterizzata in seguito a questi eventi, come forza anti-bipolare ed antisistemica. In tal senso, un’alleanza con il centrosinistra piuttosto che con il centrodestra, era e resta semplicemente una scelta tra due mali. L’uno non minore dell’altro. E ciò al centro come in periferia. Una scelta di opportunità politica da compiere sul piano di valori, dei programmi e del riconoscimento ad esistere quale forza politica autonoma ed organizzata. Ma nel frattempo che si litigava per la divisione delle spoglie lasciate dai vari carnefici dei progetti di ricomposizione dell’area socialista, il mondo cambiava. L’elezioni dello scorso aprile segnano pertanto un punto di non ritorno. Se da un lato, la formazione di Pd e Pdl, pericolosamente proiettati verso un sistema rigidamente bipartitico - per nulla confacente alla storia ed al sentire del paese e che minerebbe definitivamente le speranze di una dare vita ad una forza socialista organizzata – deve essere necessariamente osteggiato, dall’altro, non ci può contrapporre a tale tentativo attraverso la riproposizione di logori schemi deleteri e fallimentari di ampie coalizioni. E’ proprio sul terreno istituzionale che giacciono sommerse residue possibilità per i socialisti. Essi devono saper avanzare una sfida per ridisegnare un nuovo sistema politico dai chiari connotati pluralistici che sappia garantire al contempo il funzionamento delle istituzioni e le prerogative di governo, senza immolare posizioni o sensibilità differenti, riducendole magari a mere quanto pericolose espressioni extraparlamentari. Devono saper porre il problema della qualità della nostra democrazia, della diffusa illegalità che permea il paese e le sue istituzioni ed intraprendere una battaglia per il ripristino reale dei diritti politici, sociali e civili dei cittadini. Una lista europea, che si richiami compiutamente ai valori del socialismo democratico e liberale, fortemente anti-sistema, può essere un punto di partenza per un progetto che possa essere in sintonia già oggi con una parte del paese che sente questi temi come preminenti e quale premessa per far fronte compiutamente ai gravi problemi economici e sociali irrisolti. E’ questo a prescindere dal raggiungimento o meno della soglia di sbarramento. Contenitori frutto di assemblaggi antitetici per storia e per prospettiva, al pari di confluenze nei grandi contenitori elettorali, di destra quanto di sinistra, hanno il sapore del perpetuamento di quel vassallaggio che già ha provocato tanti danni ed altrettante storture. In molti, oggi più di ieri, rivendicano l’eredità politica di Bettino Craxi. Ma nessuno segue più le sue direttrici politiche. Autonomia e non subalternità. Questa è la lezione più grande che la storia ha consegnato ai socialisti ed è la strada in questi anni mai pienamente percorsa. E’ la più tortuosa, stretta e difficile. Ma omai è anche l’unica. Speriamo la fortuna aiuti i socialisti ad intraprenderla.
Nicola Carnovale
Tratto dall'Avanti del 2 Aprile 2009

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